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mercoledì, 25 ottobre 2006

La Chiesa Unitariana (94-100) 94) Che cosa indicate con l'espressione "La Chiesa Unitariana"? Con "Chiesa Unitariana" indichiamo la comunità spirituale di tutte quelle persone che, seguendo gli insegnamenti e l'esempio di Gesù, si adoperano per la costruzione del Regno di Dio. Efesini 2:19-22 Ef 2:19Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. 20Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, 21sulla quale l'edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. 22In lui voi pure entrate a far parte dell'edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito. 95) La Chiesa Unitariana è rappresentata? La Chiesa Unitariana è rappresentata in tutte quelle congregazioni e comunità in cui siano proclamati gli insegnamenti di Gesù e in cui ci si sforzi di seguire il suo esempio. 96) Chi è il capo della Chiesa Unitariana? Il capo della chiesa unitariana è Gesù, i suoi collaboratori sono tutti coloro che stiano proclamando i suoi insegnamenti nelle congregazioni e nelle comunità. 97) In che modo Gesù capeggia la Chiesa Unitariana? Gesù capeggia la Chiesa Unitariana attraverso i suoi insegnamenti. I suoi insegnamenti sono proclamati dai ministri di culto. I doveri dei credenti sono di ascoltare, di conoscere la Scrittura e di vivere secondo i suoi insegnamenti.

postato da: Unitariani alle ore 07:15 | Link |
categoria:catechismo, liturgia, comunità
mercoledì, 25 ottobre 2006

Nota Preliminare Molte sono le preghiere della Tradizione unitariana che potremmo citare. Noi non possiamo non segnalare in questa sede i consigli di Gesù, l'istruzione della fede e il Padre Nostro, l'unica preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato. Il Padre Nostro Padre nostro, Che sei nei cieli, Sia santificato il Tuo NOME. Venga il Tuo Regno, Sia fatta la Tua volontà, Come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane sovraessenziale E rimetti a noi i nostri debiti, Come noi li rimettiamo ai nostri debitori. E non permettere che cadiamo nella tentazione, Ma liberaci dal male. Perchè Tuo è il Regno, la Potenza e la Gloria Per tutti i secoli dei secoli. Amen

postato da: Unitariani alle ore 07:10 | Link |
categoria:liturgia, eulogia
mercoledì, 25 ottobre 2006
(I) Inno d'apertura (a scelta 224, 185,195 dal libro degli Inni) * Per chi non avesse il libro degli Inni transilvano e/o non fosse pratico con l'ungherese aggiungo che 1) l'inno 224: si intitola "Nostro buono e Caro Padre che benedici il nostro cuore!" 2) l'inno 185 : "Innalzo a Te il mio cuore" tratto dal salmo XXV. 3) l'inno 195: "noi ti lodiamo, o Dio" tratto dal salmo LXXV (II) Preghiera scritta "O Dio mostraci la tua strada e aiutaci a camminare sopra di essa, cercando la tua Verità ed onorandoTi con tutto il nostro cuore" (III) Lettura dalla Bibbia introdotta da parole tipo queste: " Cara nuova coppia, cari fartelli e sorelle, l'idea centrale del mio sermone in occasione del vostro matrimonio è presa dalla Bibbia ai versi .... (la scelta viene operata di volta in volta dal ministro di culto) (IV) Sermone (V) Dopo che il ministro di culto ha terminato il suo discorso dice "Amen" e. dopo di ciò, rivolgendosi alla nuova coppia dice: Adesso, per favore, tenetevi per mano, prendendo ciascuno la mano destra dell'altro, e dite dopo di me: " [...X.Y...] il primo a parlare è lo sposo e dopo la sposa, e la sposa deve pronunciare il suo nome (da sposare) prima del matrimonio...] giuro a l'unico eterno e vero Dio che (...X.Y... lui dice il nome di lei, lei dice il nome di lui) , la cui mano destra tengo nella mia mano destra, in quanto mio/a legale compagno/a, io desidero renderlo/la felice col mio vero e fedele amore. Io non la/lo lascerò senza la mia fedeltà in ogni caso, nella salute e nella malattia. Io vivrò con lui/lei; io soffrirò con lui/lei finchè morte non ci separi . Possa Dio aiutarmi nella vita che condurrò d'ora in avanti a tener fede alla mia promessa" Alla fine il ministro di culto dice "Amen". (VI) Preghiera (libera scelta) (VII) Padre Nostro (VIII) Benedizione (libera scelta) (IX) Inno di Chiusura
postato da: Unitariani alle ore 07:09 | Link |
categoria:liturgia
mercoledì, 25 ottobre 2006
CRESIMA Dopo il sermone liturgico l'officiante scende dal pulpito e presenta il cresimando 1) Inno numero 221 (recitato dal cresimando). 2) Preghiera, il cresimando recita: Oh nostro Dio, buono e amorevole! Noi non siamo qui per la prima volta, ma non abbiamo mai pregato prima con questa percepibile emozione, perchè noi prenderemo parte alla "Ultima Cena", ricordando la vita, gli insegnamenti e la morte di Gesù. Ti ringraziamo per la provvidenza con cui guardi ogni giorno alla nostra vita e grazie per l'energia vitale che quotidianamente Tu doni ai nostri genitori che sono stati in grado di premdersi cura di noi. Grazie, Tu ci concedi una fede sempre maggiore, cosicchè noi cresciamo non solo nel corpo ma anche nell'anima e ci rendi in grado di conoscere la fede Unitariana e i suoi precetti morali Per favore rendi la nostra fede sempre più profonda, aiutaci ad essere fermi e costanti nel riconoscere la Verità e aiutaci ad essere in grado di assumere le nostre umane responsabilità. Aiutaci ad aver cura della nostra vita con dignità, nel nostro essere seguaci di Gesù, e aiutaci ad amare il nostro prossimo. Ora e per sempre. Amen 3) L'officiante pone delle domande tratte dal catechismo (30,78,136) e le rsiposte vengono recitate in comune 30) Qual è la tua Confessione (di Fede)? La mia Confessione (di Fede) è: Credo in un (solo) Dio Credo in Gesù, il migliore tra i figli di Dio, nostro vero Grande Maestro Credo nello Spirito Santo Credo nella missione della Chiesa Unitariana Credo nel pentimento e nella vita eterna. 78) In che modo dobbiamo pregare ? Possiamo conoscere il modo in cui dobbiamo pregare attenendoci alla Preghiera del Signore: "Padre Nostro". Gesù ha insegnato questa preghiera ai suoi discepoli affinché fungesse da modello Matteo 6:9-13 Mat 6:9Voi dunque pregate così: "Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; 10venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta in cielo. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano; 12rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; 13e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno. [Perché a te appartengono il regno, la potenza e la gloria in eterno, amen.]" 136) Siete pronti per la Cena del Signore? Siamo pronti per (prendere parte al) la Cena del Signore e per dare testimonianza delle nostre credenze. Allo stesso tempo noi ringraziamo Dio, nostro Padre provvidenziale, per illuminare la nostra ragione e per averci concesso questa esperienza attraverso la quale abbiamo potuto conoscere la verità della religione Unitariana e i nostri doveri morali e religiosi, attraverso i quali noi agiamo per la nostra felicità terrena e (per la nostra) salvezza. Noi abbiamo fermamente fiducia nell'unico, eterno Dio, nostro Padre provvidenziale. Sia imperitura la Gloria del Suo nome. 4) Inno numero 220 5) Voto. Il cresimando si porta la mano sul cuore e risponde alle domande nel modo seguente a) a1) Credi che Dio, il creatore di tutto l'universo, il Padre providenziale di tutti gli uomini, sia un unico Dio? a2) Credo e Confesso b) b1) Credi che la Sua saggia volontà ha chiamato gli esseri umani a vivere e ad adoperarsi per la bontà, la verità e l'amore? b2) Credo e Confesso c) c1) Credi che Gesù sia il figlio perfetto di Dio e che il suo insegnamento sia per noi "la via, la verità e la vita"? c2) Credo e Confesso d) d1) Credi che gli esseri umani siano guidati dallo spirito santo di Dio e che seguendo l'esempio di Gesù ognuno di noi possa realizzare ed accedere al Regno di Dio? d2) Credo e Confesso e) e1) Credi che la tua Cristianità Unitariana, che durante la sua storia ha avuto una moltitudine di martiri ed ha raggiunto considerevoli risultati, sia la chiara confessione della "Buona Novella" di Gesù, la religione incentrata sull'amore di Dio e dell'uomo e il raggiungimento di una buona fine per la propria vita? e2) Credo e Confesso f) f1) Se credi prometti di essere fedele fino alla morte a Dio, agli insegnamenti di Gesù, alla Chiesa Unitariana? f2) Prometto e ne faccio voto solenne g) g1) Sei pronto a lasciare un segno del tuo voto solenne partecipando alla comunione dell'"Ultima Cena"? g2) Sono pronto 6) Canto di comunione. Da cantarsi tutti insieme con la congregazione ( numero 166) 7) L'atto della comunione e la condivisione del pane e del vino. Vicino al cresimando potranno partecipare all comunione i fratelli e le sorelle i padrini le madrine, e i genitori 8) Preghiera del cresimando. Da dirsi tutti insieme: Oh nostro Dio, buono e amorevole! Ti ringraziamo col cuore ricolmo di riconoscenza per questa occasione benedetta, in cui in Tua presenza e davanti alla congregazione noi abbiamo professato la nostra fede e in cui, nella comunione dell'"Ultima Cena" abbiamo rinnovato il nostro impegno all'amore e al servizio verso Dio e il prossimo. Permettici di portare nelle nostre case e nella vita di tutti i giorni questa meravigliosa emozione che sta riempiendo interamente il nostro cuore, e sta diventando una fonte di energia. Aiutaci a vivere guidati dal lume della ragione, con un profondo sentimento di fede e con la responsabilità dell'amore. Sii la nostra guida, sostienici e aiutaci se le nostre forze ci abbandonassero. Mantienici saldi nel tuo amore e nella fede verso la nostra religione Unitariana e la sua Chiesa. La tua benedizione sia su questa nostra confessione e sulla nostra vita, ora e sempre. Amen. 9) Inno di Cresima numero 222. In piedi 10) Ricevimento dei parrocchiani 11) L'officiante dice: Secondo la tua professione , cosa è stato affermato dalla comunione dell'"Ultima Cena", I ti accolgo quale membro della Chiesa Unitariana di [nome della località]. Conosci la storia della nostra Chiesa, fai onore con dignità all'eredità spirituale dei nostri antenati, sii un membro attivo della nostra congegazione; il futuro è davanti a te, conserva nostro servizio, di fede e di vita, verso Dio e verso il prossimo. 12) Consegna del certificato di Cresima 13) L'officiante benedice il cresimando, mentre questi si inginocchia con la mano sul cuore. L'officiante pone la sua mano sulla testa del cresimato 14) Saluti.. Il Sovrintendente (Presidente) e gli altri hanno facoltà di salutare il cresimato 15) Inno di conclusione. Bibliografia Bibliography 1)Le citazioni bibliche sono prese dalla versione La Nuova Riveduta sui testi originali (1994, nona edizione 2003), a cura della Società Biblica di Ginevra. 2)Un grazie particolare al software "La parola" www.laparola.net di Richard Wilson per le versioni italiane 3) The english version of the Hungarian Unitarian Catechism is readable here http://www.fortunecity.com/victorian/rodin/727/petrosani/catechism.htm 4) La citazione italiana del cathechismo unitariano ungherese è presa da il CATECHISMO UNITARIANO UNGHERESE traduzione di Roberto Rosso.
postato da: Unitariani alle ore 07:06 | Link |
categoria:liturgia
mercoledì, 25 ottobre 2006
a) Inno numero 308 b) Preghiera “ Dio nostro della creazione e dell'amore, benedici questo momento e sii con noi, che stiamo per accogliere questo figlio come membro della nostra Chiesa. Amen. “ c) Lettura dalla Bibbia “Cari genitori, cari padrini e madrine, cari sorelle e fratelli! L'idea centrale di questo mio sermone per questo battesimo l'ho avuta leggendo i versi..." (Segue testo biblico a scelta) d) Sermone di battesimo. In caso il battezzando sia malato il sermone può essere omesso e) Preghiera ( libera scelta dell'officiante) f) Padre Nostro (Recitato dall'officiante) g) L'atto del battesimo. L'officiante versa l'acqua sul capo del battezzando, dal fonte battesimale, dicendo: "io ti battezzo nel nome dell'unico vero Dio eterno e ti accolgo come membro della Chiesa Cristiana Unitariana per seguire Gesù. Amen" h) Benedizione conclusiva, tipo questa “ Dio benedica la tua vita e la renda piacevole. Ti auguro di crescere nel corpo e nello spirito, seguendo Dio e il tuo prossimo con amorevolezza. Amen “
postato da: Unitariani alle ore 07:04 | Link |
categoria:liturgia
mercoledì, 25 ottobre 2006
Servizi Liturgici 115) Tra i nostri servizi liturgici quali sono quelli basati sugli insegnamenti di Gesù? Tra i nostri servizi liturgici, quelli basati sugli insegnamenti di Gesù sono due: il Battesimo e la Cena del Signore 116) A fianco al Battesimo e alla Cena del Signore quali altre liturgie sono celebrate? Accanto al Battesimo e alla Cena del Signore sono celebrate le seguenti liturgie: la Cresima, la cerimonia Matrimoniale e il Funerale. 117) Che effetto attribuiamo a queste celebrazioni liturgiche? Noi attribuiamo a queste celebrazioni liturgiche la capacità di rafforzare la nostra vita morale e religiosa. I servizi sono risorse che ci rammentano i nostri doveri e che ci inducono a seguire l'esempio di Gesù e a compiere buone azioni 118) Che cos'è il battesimo? Il battesimo è un servizio mediante il quale noi diventiamo membri della Chiesa Cristiana. Nel senso più proprio della parola il battesimo di per sé non permette di diventare Cristiano. Il battesimo è solamente una espressione solenne da parte dei genitori, dei padrini e delle madrine che loro apprezzano la loro fede Cristiana e vogliono che i loro figli crescano e vivano in questa loro stessa fede. 119) Quando dovremmo battezzarci? Gesù non ha prescritto un tempo specificamente preferito all'interno del quale noi dovremmo battezzarci. Molto tempo fa i Cristiani venivano battezzati quando erano i n grado di confessare la loro fede. Il costume odierno è quello di battezzare i bambini durante la loro infanzia. 120) Se qualcuno muore senza battesimo, subisce qualche condanna? Se qualcuno muore senza battesimo non subisce nessuna condanna perché il battesimo non è ) redentivo. 121) E' appropriato trascurare il battesimo? Non è appropriato trascurare il battesimo e non è consuetudine trascurarlo tra le persone che rispettino gli insegnamenti di Gesù e i servizi della chiesa. 122) Quando noi diamo prova di essere a conoscenza di cosa sia il battesimo e di che cosa esso implichi nella nostra vita ? Noi diamo prova di cosa sia il battesimo e di cosa esso implichi nella nostra vita in occasione della Cresima.1 123) Che cosa è la Cresima? La Cresima è l'espressione del nostro rafforzamento nella fede Unitariana. Attraverso la Cresima diventiamo membri indipendenti della chiesa e ci assumiamo la responsabilità di fronte a Dio di tutte le nostre azioni e della nostra fedeltà. 124) In che modo è completata la Cresima? La Cresima è completata mediante la Cena del Signore quando noi vi prendiamo parte per la prima volta 125) Che cos'è la “Cena del Signore”? La Cena del Signore è la liturgia attraverso cui noi ricordiamo la vita e la morte di Gesù. e in cui noi riceviamo l'incoraggiamento a seguire il suo esempio 126) Da quali fonti noi conosciamo la storia della “Cena del Signore”? Noi conosciamo la storia della “Cena del Signore” dagli Evangeli e dalla Seconda Lettera ai Corinzi. Secondo tali fonti Gesù Luca:22:15 Lu 22:15disse loro: «Ho grandemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi prima di soffrire. Matteo 26:20-26 ,Mat 26:20 Quando fu sera, si mise a tavola con i dodici discepoli. Mat 26:26 Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo Luca 22:19-22 Lu 22:19a <>Lu 22:20 Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi. Lu 22:19b fate questo in memoria di me2. 2Corinzi 11:23-26 2Co 11:23Sono servitori di Cristo? Io (parlo come uno fuori di sé), lo sono più di loro; più di loro per le fatiche, più di loro per le prigionie, assai più di loro per le percosse subite. Spesso sono stato in pericolo di morte. 24Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; 25tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio; ho passato un giorno e una notte negli abissi marini. 26Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli; 127) Perché chiamiamo questo servizio " la Cena del Signore"? Chiamo questo servizio (liturgico) "la Cena del Signore" perché Gesù per primo lo ha celebrato in occasione di una cena. 128) In cosa consiste la Cena del Signore? La Cena del Signore consiste nel pane e nel vino. 129) Cosa si intende con l'espressione “ questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”? Con l'espressione “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” intendiamo che il pane simboleggia il corpo straziato di Gesù, il vino simboleggia il sangue di Gesù. I Cattolici Romani pensano che il pane e il vino si tramutino in maniera letterale nel corpo e nel sangue di Gesù dopo la benedizione del sacerdote. “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” è una espressione interpretata dai Cattolici Romani in maniera letterale , cosicché l'eucarestia è distribuita soltanto in una forma: l'ostia. I credenti Ortodossi insegnano allo stesso modo che il pane e il vino della “Cena del Signore” siano realmente il corpo e il sangue di Gesù, e sono da loro distribuiti in due modi distinti. Secondo i Luterani della Confessione di Augsburg, nel ostia e nel vino della “Cena del Signore” è presente il corpo di Cristo I Riformati infine insegnano che i credenti ricevono il corpo e il sangue di Cristo spiritualmente nel pane e nel vino della “Cena del Signore” 130) Chi è tenuto a ricevere la Cena del Signore? Tutti coloro che sono stati confermati Unitariani e che conservano con rispetto le memorie di Gesù sono tenuti a ricevere la Cena del Signore. 131) Chi non può ricevere la Cena del Signore? I malati di mente, gli ubriachi e i bambini non possono ricevere la Cena del Signore, perchè non sono in grado di distinguere questo rito dal cibo comune. 132) Dove riceviamo la Cena del Signore ? Di solito riceviamo la Cena del Signore in chiesa, dove i membri della congregazione, prendendo parte alla condivisione di una forma di pane e del vino nella comunione, ricevono l'incoraggiamento all'amore filiale e a ricercare l'armonia con il prossimo 133) Coloro che hanno colpe possono ricevere la Cena del Signore? Coloro che hanno colpe possono ricevere la Cena del Signore, e non sono esclusi dalla Tavola del Signore perché il ricordo di Gesù può promuovere il loro miglioramento. 134) Ogni quanto tempo gli Unitariani sono tenuti a ricevere la Cena del Signore? Gli Unitariani sono tenuti a ricevere la “Cena del Signore” quattro volte l'anno, durante i Giorni Sacri di: Natale, Pasqua, Pentecoste, e durante il Giorno del Ringraziamento d'Autunno. Oltre ai Giorni Sacri ora ricordati gli unitariani possono ricevere la “Cena del Signore” in occasioni quali consacrazioni di chiese e Sinodi, nei posti in cui sono organizzati 135a) In che modo possiamo prepararci per diventare ospiti meritevoli alla Tavola del Signore? Per diventare ospiti meritevoli alla Tavola del del Signore noi: 1) dobbiamo prepararci in una maniera interiore e spirituale. 2) Dobbiamo rendere grazie a Dio per il fatto che Dio ci abbia creato, donandoci non solo la vita fisicamente intesa, ma anche quella spirituale. 3) Dobbiamo ricordarci di Gesù con un sentimento di rispetto e di amore 4) Dobbiamo essere animati da un'intenzione di buona volontà e amore verso il nostro prossimo, poiché insieme, noi e il nostro prossimo, siamo tutti figli dell'unico e solo Dio. 5) Pentendoci dei nostri errori e dei nostri peccati, dobbiamo promettere che in futuro ci sforzeremo di conservare in una maniera migliore la purezza del nostri cuori e di vivere una vita degna di Dio e di noi stessi. Queste cose insieme creano il nostro personale esame interiore, senza il quale rendiamo inutile la nostra riunione e la nostra partecipazione alla Tavola del Signore.*** 6) Per quanto riguarda l'apparenza esteriore, sappiamo che Dio non tiene conto del nostro aspetto esteriore. Tuttavia, in ossequio alle buone maniere, dobbiamo presentarci alla Tavola del Signore puliti e ben vestiti. ***L'Apostolo Paolo ci rammenta: 1Corinzi 11:28-29 1Co 11:28Ora ciascuno esamini sé stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; 29poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro sé stesso, se non discerne il corpo del Signore.3 135b) Quali sono le regole di liturgia per celebrare la “Cena del Signore”? Per mantenere l'ordine della liturgia dobbiamo osservare le seguenti : 1) Dopo che il ministro di culto ha finito il suo sermone e la sua preghiera, da dietro alla Tavola del Signore 2) i membri maschi della congregazione si riuniscono sull'altare4, dove sostano in piedi uno vicino all'altro. 3) Allora il ministro di culto dà a ciascuno un pezzo di pane, nell'ordine in cui essi sono in piedi sull'altare. I membri di solito ricevono il pane con la loro mano destra e lo portano alla bocca con l'ausilio sempre della mano destra. Successivamente lo mangiano. 4) Poi il ministro di culto prende il calice col vino e lo dà a ciascuno. I membri di solito ricevono il calice con la loro mano destra e lo portano alla bocca con l'ausilio sempre della mano destra. Successivamente bevono. 5) Dopo aver distribuito il pane e il vino a tutti coloro che sono in piedi attorno alla Tavola, il ministro pronuncia una breve preghiera 6) Dopo ciò quanti hanno ricevuto la “Cena del Signore” devono ritornare a sedere al loro posto senza far rumore né spingere. 7) Nel caso in cui la congregazione sia così numerosa che gli uomini non possano stare tutti insieme in piedi nello stesso momento, di solito si dividono i membri in più gruppi, dando la precedenza ai più anziani. 8) Dopo i più anziani sarà dunque il turno dei più giovani che saranno accolti nello stesso modo (NdT: comma 1-6) la “Cena del Signore”. 9) Dopo gli uomini saranno le donne a doversi riunire la “Cena del Signore”
postato da: Unitariani alle ore 07:03 | Link |
categoria:catechismo, liturgia
mercoledì, 25 ottobre 2006
 La Chiesa Italiana Cristiano – Unitariana collabora attivamente col network Correspondance Unitarienne, che permette da un lato lo stretto contatto con l’associazione cristiana unitariana francese (AFCU), dall’altro di restare in contatto con altre esperienze di fede, cristiane e non cristiane, che vogliano condividere con noi parte del cammino. Eccovi il saluto del suo animatore dr. Jean-Claude Barbier Lettera ai nostri amici unitariani d’Italia » da Jean-Claude Barbier, 11 marzo 2005 Segretario generale della Fraterna Assemblea dei Cristiani Unitariani, (AFCU) fondatore e animatore del network francofono « Correspondance unitarienne » Cari amici e care amiche della Chiesa Italiana Cristiano-Unitariana, Vi saluto come amici perché Gesù di Nazareth ci ha detto che noi siamo tutti riuniti sotto il suo nome, qualunque siano le nostre identità particolari e le nostre credenze. Gesù, lui stesso, il nostro Maestro spirituale, non ci ha forse detto che noi siamo suoi amici? Io so del lavoro importante che da un anno a questa parte avete compiuto con Roberto Rosso, affinché l’insegnamento e la parola di Gesù fossero oggi meglio compresi. Voi avete così riannodato il filo che vi lega ai grandi umanisti cristiani del XVI secolo, come Lelio e Fausto Sozzini, Giorgio Biandrata e tanti altri che hanno contestato il dogma della Trinità ed hanno dovuto per questo fuggire in esilio. Essi contribuirono alle riforme liberali in Polonia, Lituania e in Transilvania, le nostre attuali Chiese di Romania e di Ungheria, sono le testimonianze viventi di questa storia così nobile. Come sapete, Miguel Servet ha vissuto in Francia, a Tolosa, (1528-29), Strasburgo (1531-32), Parigi (1532 e successivamente 1536-38), Lione (1532-36), Charlieu (1538-41) e infine a Vienna, a sud di Lione (1541-53). Ma è solamente nel 1986 che una decina di cristiani si sono riuniti alla Facoltà protestante libera di Montpellier, attorno al biologo e protestante Théodore Monod, nel contesto di una conferenza dell’Associazione Internazionale per la Libertà Religiosa e hanno deciso di fondare un’associazione unitariana: l’Associazione unitariana francese (AUF), divenuta « francofona » nel 1992. Mme Lucienne Kirk fu la prima presidente fino alla sua partenza nel 1990 per gli Stati Uniti, dove ella risiede tuttora. Ella aveva appena terminato gli studi al Manchester College a Oxford (divenuto successivamente le Harris College), dove ha sostenuto una tesi su James Luther Adams (celebre predicatore e saggista unitariano americano, nato nel 1901). Fu consacrata pastore unitariano della chiesa unitariana di Transilvania, a Koloszvar / Cluj, nel dicembre 1986 e ha esercitato la sua missione pastorale in seno alla chiesa riformata di Francia (ERF). Sfortunatamente, all’interno dell’associazione, le relazioni si deteriorarono tra i cristiani unitariani, che furono i fondatori dell’associazione e altri (« umanisti », teisti, monoteisti, altri cristiani che sostenevano che l’associazione dovesse essere aperta ad altre credenze, ecc). I primi decisero allora di fondare, nel 1996, un’altra associazione, questa volta esplicitamente cristiana nella sua denominazione e nel suo statuto: l’Assemblée fraternelle des chrétiens unitariens (AFCU). Nel 2002, le associazioni esistenti si dimostrarono poco attive e così fu giudicato necessario costistuire un net-work francofono denominato « Correspondance unitarienne » che fosse indipendente, non settario, d’ispirazione cristiana unitariana ma aperto a tutte le sensibilità non cristiane dell’unitarismo contemporaneo e ai movimenti liberali delle altre religioni. Tale network pubblica un bollettino mensile e una messaggeria elettronica, entrambi consultabili « Profils de libertés » (http://prolib.net). Più di 200 persone ricevono così direttamente questo bollettino, per la maggior parte unitariani dichiarati e numerosi simpatizzanti (protestanti liberali, cattolici riformatori, liberi pensatori, ecc.); questo sia nei paesi francofoni (Francia, Belgio vallone, Svizzera francese, Québec et Africa nera francofona) e altri paesi europei (Spagna, Italia, Gran Bretagna, Norvegia, Ucraina, Romania e Ungheria). In più, con l’AFCU, il nostro network ha pubblicato alcuni documenti tematici in una collana intitolata « Cahiers Michel Servet ». Il numero 3 di questa collana, pubblicato nel febbraio 2005, è stato interamente dedicato alla traduzione italiana di Roberto Rosso, del catechismo unitariano, pubblicato per la prima volta nel 1864, in ungherese da Jozsef Ferencz (il quale verrà poi nominato vescovo della Chiesa unitariana di Transilvania, carica che ha ricoperto per più di 50 anni, dal 1876 a 1928). Invece con la rivista trimestrale Théolib, rivista di ispirazione protestante liberale, consacrata al liberalismo teologico, noi abbiamo realizzato due numeri speciali, dedicati a Michel Servet (n° 24, dicembre 2003) – in ricordo del 450esimo anniversario del suo martirio - e a Fausto Sozzini (n° 27, settembre 2004) – in commemorazione del 400esimo anniversario della sua morte. Le Chiese e le associazioni unitariane hanno scelto, per la maggior parte, di organizzarsi secondo il modello congregazionalista, tanto che noi ci iscriviamo dentro una « rete di relazioni cristiane » dove le comunità di base si associano volontariamente le une con le altre, ciascuna conservando la propria identità, la gestione delle proprie relazioni e la propria indipendenza. Il destino del cristianesimo è a una svolta , le chiese si dividono, il clero si rarefà, i credenti non vogliono più aderire a delle religioni tradizionali e dogmatiche. Il cristianesimo è vissuto sempre di più con una spiritualità al pari delle altri grandi tradizioni sapienziali dell’umanità ed in simbiosi con esse. Gesù ne diventa un maestro di pensiero e uomo da imitare e così i cristiani sono tutti semplicemente discepoli. Quelli che vogliono fare a tutti i costi una teologia e di abbandonarsi alle loro speculazioni sono liberissimi di farlo, ma noi, gli unitariani, abbiamo imparato a diffidare delle costruzioni metafisiche! Tutto questo nel contesto di quel cristianesimo ramificato – e non più strutturato in una Chiesa - che noi abbiamo salutato con gioia e fraternità. Noi ci scambiamo quindi delle epistole – quelle lettere scritte per parlare fra noi di Gesù e per farci coraggio a vicenda. Noi siamo, di nuovo, ai tempi di Paolo, di Pietro. Di Giacomo, di Giuda e di Tommaso. Salutiamoci reciprocamente con gioia, perchè noi facciamo parte del medesimo patrimonio culturale e spirituale, quello che Gesù ci ha lasciato; che ciascuno condivida con gli altri il proprio itinerario spirituale, qualche che sia: è questa la vera comunione fraterna con Gesù… il nostro Maestro che ci insegna la condivisione del pane e del vino. Mi auguro quindi che siate solidali, che vi rispettiate l’un l’altro, che vi assista la volontà di far crescere la vostra comunità nascente. Lodiamo Dio, tutti insieme, con tutti i cristiani e tutti quelli che, in un modo o nell’altro, si interessano a Gesù. per questo incontro con Gesù che dona senso alle nostre vite umane. Jean-Claude Barbier (Bordeaux)
postato da: Unitariani alle ore 06:58 | Link |
categoria:approfondimenti
mercoledì, 25 ottobre 2006
Gesù “Ebreo”: una Teologia del “Dinamismo” Nell’ottica esegetico-dottrinale della figura del Cristo (così come riferita dai Vangeli e dagli altri scritti) e nelle elaborazioni dottrinali successive (sia in relazione agli scritti dei Padri della Chiesa che alle speculazioni teologiche), non si accenna – neanche minimamente – alla radice ebraica sia del Cristo come uomo che del Cristo come latore della Parola1. Occorre puntualizzare, per puro spirito di completezza ed oggettività, come il Cristo “nasce” ebreo, viene circonciso, vive da ebreo seguendo gli insegnamenti Toraici, muore da ebreo (ed in tal senso gli Evangeli ci riferiscono con chiarezza i riti della Sua morte puntualmente aderenti alla ritualità ebraica). Questo breve riferimento al carattere di “ebraicità” della persona di Cristo non può sfuggire neanche al più disattento lettore degli Evangeli, né può essere messo in discussione attesa la sua oggettiva rispondenza alla lettera delle Scritture ed alla “biografia” in esse contenuta. Occorre ripercorrere le tappe della vita di Gesù per poi esaminare la Sua “ebraicità” in relazione agli insegnamenti contenuti nelle Scritture. a) Vita di Gesù “storico”. Nasce in una famiglia di Ebrei osservanti e come tale viene educato, in un momento storico in cui la cultura e la spiritualità israelite subiscono numerosi e ripetuti attacchi da parte dell'ellenismo non tollerante ed in cui la dominazione dell'Impero Romano coinvolge tutti i paesi del bacino mediterraneo, spingendosi anche oltre. Lo scritto Lucano riferisce che “Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù…..” ((Luca, 2, 21) ed inoltre “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore” (Luca 2, 22), quindi Gesù fu circonciso e presentato al Tempio, come qualsiasi altro ebreo. Gesù, quindi, appartiene al mondo dei rabbini, per nascita, educazione, conoscenza della Torah, disputa con questi2, ma sempre nel rispetto della legge Toraica ed esprimendo soltanto un diverso modo di concepire la religione ebraica, pur senza discostarsene. "Ora il bambino cresceva e si fortificava, era pieno di sapienza e la grazia di Dio era sopra di lui. I genitori di Gesù andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua...", specifica Luca (2,40-41). Ingiunge alla folla e ai suoi discepoli di seguire le prescrizioni degli scribi e dei farisei: "Gli scribi e i farisei sono seduti sulla cattedra di Mosè: fate dunque tutto quello che vi dicono", con l’unica raccomandazione di non comportarsi come loro: "Ma non fate come loro fanno, perché dicono ma non fanno" (Matteo 23,2-3). Gesù si sottopone addirittura al rito tradizionale delle “due dracme” che gli ebrei erano obbligati a pagare ogni anno per il tempio: "Quando arrivarono a Cafarnao, quelli che raccoglievano le due dracme si rivolsero a Pietro e gli dissero: Il vostro maestro non paga le due dracme? Si, rispose" (Matteo 17,24-25). In ogni caso, queste pratiche di Gesù, il recarsi di sabato nella sinagoga, il leggere la Torah e poi un brano dei Profeti ed assistere ad un sermone, corrispondono agli usi e costumi degli ebrei, così come risulta dalle fonti rabbiniche e da quelle non rabbiniche3. Già sotto tale aspetto, la figura del Gesù “storico” appare di tutta evidenza nella sua connotazione di uomo ebreo, che viveva da ebreo nella pratica quotidiana, che interagiva con il popolo secondo schemi e canoni ebraici, senza nulla di nuovo (o di diverso) da apportare, se non la “scienza” ed una forma di perfezione (o di perfettibilità?) che lo contraddistingueva dai rabbini dell’epoca, legati più al potere religioso esercitato sul popolo che ad una sana ed incondizionata fede nel Signore di Israele che aveva riscattato il popolo ebraico per farlo divenire un popolo eletto. Gesù, infatti, ripete sovente che l’uomo deve conformarsi alla Legge ed agli insegnamenti dei Profeti, così ribadendo la propria natura ebraica ed il suo modus vivendi ed operandi (è sintomatico, di questo, un passo di Matteo 7,12: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”, quasi a voler ribadire l’importanza della Legge nell’azione umana, Legge alla quale l’uomo deve conformarsi al fine di raggiungere il Paradiso promesso). L’esempio poc’anzi rappresentato non è una mera estrapolazione di un passo evangelico isolato, ma è uno dei continui riferimenti contenuti nella Scrittura neotestamentaria, a conferma e riprova che Gesù ben conosceva la Legge (Mosaica), ma che anche ben conosceva quali fossero gli insegnamenti rabbinici: il passo di Matteo sopra riferito si riallaccia all’insegnamento della tradizione rabbinica, laddove era detto “Non fare a nessun altro ciò che non ti piace; questa è la Torah intera e tutto il resto non è che spiegazione. Va e impara!”, e quindi Gesù ben conosceva tali insegnamenti e mai ha pensato di discostarsene. Negando il substrato ebraico del Cristo e la sua appartenenza alla religione di Israele, ci si dovrebbe chiedere perché ha vissuto ed insegnato – mutatis mutandi – da ebreo, secondo la Legge Toraica, secondo gli insegnamenti dei rabbini e secondo la tradizione orale ebraica: del resto è dimostrato come Gesù conoscesse l’Aggadah e l’Halachah! E’ interessante notare come anche tutti quelli che “ruotavano” attorno a Gesù non erano che ebrei, e che – anche nei rapporti con Gesù – non si comportavano che da ebrei. Riflettiamo un attimo sulla morte e sulla sepoltura del Cristo. Questi viene posto nel sepolcro secondo il rito ebraico, e secondo questo rito viene fatto l’Aveluth (la celebrazione rituale dei sette giorni successivi alla morte): quindi il Cristo nasce, cresce e muore da ebreo, e mai ha “pensato” a dichiararsi “non ebreo”, ma ciò comunque anche a riprova della sua unica ed assoluta natura umana. b) Gli insegnamenti di Gesù. Abbiamo visto sopra, seppur molto sinteticamente, come il Gesù “storico” sia stato un ebreo in ogni forma quotidiana della Sua vita, e nondimeno lo era negli insegnamenti. Analizzando puntualmente il pensiero dell’ebreo Gesù, del Gesù nato da Maria vergine, dal Gesù uomo, il più grande figlio e profeta di Dio (Dicendo "credo in Gesù" noi esprimiamo la nostra convinzione per cui sia il più grande figlio e profeta di Dio e per cui i suoi insegnamenti siano il modo più sicuro attraverso cui noi possiamo ricevere una vera conoscenza di Dio” – Catechismo Unitariano Ungherese, 57), notiamo come tutto l’insegnamento nasce da una forte radice ebraica mista ad elementi dinamici, in contrapposizione soltanto alla staticità degli insegnamenti rabbinici dell’epoca, che miravano più ad incutere timori di una “ira” di Dio sul popolo qualora si discostassero dalla Legge Mosaica, che a contemperare le continue mutazioni sociali e di pensiero di un popolo comunque in evoluzione, tratto dall’ignoranza e dal politeismo. Gesù si pone fra i rabbini ed il popolo, ammonisce il popolo, ma ammonisce anche i rabbini, fa sì che la stretta osservanza non abbia più radici nell’”ira” di Dio, ma nell’amore per un Dio che accoglie nel suo Regno le proprie pecorelle smarrite e le tratta con amore e con dedizione. Gesù non viene per “cambiare” ma per “migliorare” per “compiere” e questo è il punto essenziale della nostra analisi (“Non pensiate ch’io sia venuto per abrogare la Legge o i Profeti; non sono venuto per abrogare, ma per compiere” – Matteo, 5:17). L’espressione usata da Gesù “non sono venuto per abrogare” è la chiave di volta ed il verbo “πληρÏŽσαι” assume il significato di “compiere”, “realizzare”, ma non nel senso di novità, ma nel senso di “migliorare”, quindi di ripristinare il senso originario della Legge, o di perfezionare un codice di vita già esistente4. Gesù non è il Profeta della “Parola nuova od innovativa” o della Parola “diversa”, ma della Parola volta a perfezionare quell’antico codice di vita esistente fra il popolo della Torah. Preferiamo dare il senso di “perfezionare” siccome più logico e più aderente alle fonti, tant’è che il versetto citato si riallaccia a quello precedente contenuto in Matteo 1,22: “Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta”, quasi a voler introdurre (in Mt. 1,22) il concetto dinamico di adempimento e successivamente (in Mt. 5,17) la grande linea guida della propria venuta al fine di porre in essere concretamente tale adempimento, e quindi perfezionare ciò che già esisteva, ma che verosimilmente era stato o disatteso o travisato. Gesù ricorda lo “Shemà Israel” come punto cardine del Suo insegnamento (Viene chiesto a Gesù: “Qual è il più importante di tutti i comandamenti5?” Gesù rispose: “Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore: Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi” – Marco 12:28b-31), ed inizia ad elaborare quella che sopra abbiamo definito una Parola volta a perfezionare il credere del popolo ebraico, riferendosi senza dubbio ai Comandamenti come Legge fondamentale della fede, quindi alla Legge dell’Antico Testamento, alla Legge di Mosè. Senz’ombra di dubbio, il riferimento ai Comandamenti6 diviene un ribadire la vigenza della Legge Mosaica, ma anche un ribadire un insegnamento dal quale il popolo di Israele si era discostato, rimanendo ancorato a principi desueti e comunque privi della giusta e necessaria dinamicità. Se avesse voluto portare al popolo ebraico una Parola “nuova” non avrebbe ritenuto il primo Comandamento quale il più importante, ma avrebbe – per converso – “modificato” la linea guida sostituendola con altra e così “abrogando” la vecchia Legge per sostituirla con una “nuova Legge”: ma mai e poi mai ha sostituito la Legge Mosaica, mai e poi mai ha “rinnegato” il proprio ebraismo, mai e poi mai ha inteso opporsi a tale Legge. Ed allora, come dobbiamo inquadrare – all’interno di questa “ebraicità” la figura del Cristo? Certamente la domanda si presta a variegate risposte, tutte molto fondate, ma nessuna risolutiva, a causa della troppa “distanza” che nei secoli abbiamo voluto marcare fra il Vecchio ed il Nuovo Patto. Ma, forse, la risposta è proprio in questa distinzione, e forse era questo ciò che ha voluto trasmettere Gesù con i suoi insegnamenti. Rimarcavano, sopra, i concetti di dinamicità e di staticità del pensiero (dinamicità del pensiero e degli insegnamenti del Cristo e staticità del pensiero rabbinico), quasi a voler distinguere i due attributi. Per vero, sicuramente nella mente di Gesù non si voleva operare un distinguo così netto, ma in pratica tale distinguo assume un carattere di specificità che addirittura Origene ha velatamente (ma pur sempre volutamente) rimarcato, laddove ritiene che l'Antico Testamento è una prefigurazione del Nuovo Testamento: nel loro insieme essi costituiscono un'unità , che ha il suo fondamento nell'Unità divina , incorporea e inconoscibile nella sua natura. Questa “prefigurazione” origeniana fa nascere i due attributi di staticità – da una parte – e di dinamicità dall’altra. La “prefigurazione” diviene la base logica del successivo, ma presuppone che il successivo sia dinamico rispetto al precedente nel senso che lo “migliori” e lo “completi” secondo un passaggio ideologico transeunte fra il primo ed il secondo. Quindi, il Gesù ebreo di nascita e di pensiero, diviene il Gesù del “miglioramento” e pertanto passa dalla fase ideologica della staticità in quella della dinamicità del pensiero, volto ad “universalizzare” dinamicamente il pensiero basico stesso, al quale – in ogni caso - è legato da un vincolo non solo di appartenenza ma anche di pensiero: non più, quindi, un Dio continuamente “irato” dal discostarsi del popolo ebraico dagli insegnamenti Toraici, ma un Dio perdonatore, misericordioso, pieno di amore, ma che pretende anche amore dalle Sue creature che ha creato per essere inneggiato con le lodi, come afferma il Salmista. Il punto centrale dell’amore, diviene un punto di “centralità” (e quindi non più meramente centrale), attorno al quale ruotano tutti gli insegnamenti del Gesù “miglioratore” dell’antica Parola, tant’è che nel c.d. “Discorso della Montagna” (Matteo, 5, 6 e 7) ribadisce i concetti della Legge, limitandosi soltanto a criticare il comportamento degli Scribi e dei Farisei, ma senza modificare concettualmente la Legge, soltanto “migliorandola” mediante insegnamenti (appunto dinamici) che costituiscono un diverso e meraviglioso filone di pensiero. In buona sostanza, il Vecchio ed il Nuovo Testamento non sono che un tutt’uno da leggere e sui quali riflettere soltanto mediante due diverse chiavi di lettura, ma senza che costituiscano due diversi pensieri religiosi che diano vita a due diverse religioni.7 Il Vecchio Patto viene visto da Gesù come la fonte del credere e della fede in un unico Dio, la fonte da seguire quale linea guida della vita del credente, mentre il Nuovo Patto viene posto in essere quale miglioramento ed adeguamento alle mutate esigenze di un popolo che – sì era eletto – ma che comunque aveva subito influenze che non rispondevano più ai “canoni” degli insegnamenti Toraici ed all’esempio dei rabbini. Se il Gesù del Nuovo Patto era il Profeta del rinnovamento, doveva essere inevitabile che tale rinnovamento partisse dal presupposti di insegnamenti precedenti: Gesù, per l’appunto, non era venuto per “abrogare” ma per “compiere”, per “migliorare”; non si era assunto l’onere di cambiare o di portare una nuova “religione” fra il Popolo di Israele, ed infatti non portò alcuna nuova “religione”, ma compì ciò che non era stato fatto, o che era stato fatto soltanto parzialmente. La Riforma pone dei termini ben precisi ed un punto limite di “vigenza” dell’antica Legge, durata sino a Giovanni, ed una nuova Legge iniziata appunto con Giovanni, sulla base testuale di Luca 16:16: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio ed ognuno si sforza per entrarvi”, tant’è che Lutero si spinge oltre, traducendo il testo in questo modo: “Das gesetz und die propheten weyβ sagen bis auf Johannes, und for der zeyt an, Wirrt das reych Gottis durchs Evangelion prediget, und yderman dringt mit gewallt hyn eyn. Es ist aber leychter das hymel und erden vergehen, den das eyn tuttel am gesetz falle“ (WADB 6,286). In tal senso, sembrerebbe come l’insegnamento “migliorativo“ di Gesù (o comunque volto a “compiere“) fosse in sostanza una innovazione, un pensiero “nuovo” che – abrogando il pensiero veterotestamentario – avesse un inizio e fosse il “nuovo filone” di una “nuova religione”, espressione di un “tempo ormai finito” (come annota la TOB, pag. 2379 nota a). Ma ciò non lo è, né ragionevolmente, né logicamente. Gesù non ha “inventato” nulla nei Suoi insegnamenti, né ha voluto intendere che con Giovanni il tempo fosse finito, ha semplicemente, ancorché meravigliosamente, posto dei punti fermi ed un pensiero, questa volta “nuovo”, al fine di compiere ciò che antecedentemente il popolo di Israele non aveva recepito in maniera decisa, sviando continuamente o comunque staticizzando il proprio credere: è sintomatico quando Gesù ordina di tirar fuori dal pozzo l’asino, ancorché fosse Shabbat, in quanto l’asino sarebbe morto ed all’indomani non lo avrebbero potuto più utilizzare per il proprio lavoro! Questo esempio non costituisce l’affermare una nuova idea della religione (quasi a voler implicitamente abrogare il precetto del sabato), o l’espressione di un “nuovo tempo” che doveva sostituire un tempo ormai finito, o un Vecchio Patto ormai non più in vigore, ma costituisce semplicemente un punto di logico comportamento improntato in una stupefacente dinamicità nell’applicazione del pensiero ebraico.8 Quindi, nulla di nuovo in senso assoluto (non in senso semantico, ovviamente), ma una radice rimasta inalterata nel pensiero cristologico. Per altro, lo stesso Papa Giovanni Paolo II ha detto che “chiunque incontra Gesù Cristo incontra l'ebraismo” (cfr. "Incontro con la comunità ebraica di Magonza. Discorso di Giovanni Paolo II"…, citazione del documento dei vescovi tedeschi, “ Dichiarazione sui rapporti della Chiesa con l'ebraismo ”, aprile 1980), riconoscendo – seppur solo implicitamente – le radici ebraiche di Gesù, senza arrivare – ovviamente – al paradosso di ritenere Gesù soltanto un rabbino, come in alcuni ambienti ebraici si è cercato di dimostrare. Di tutta evidenza, quindi, appare il concetto esposto sopra circa la staticità (prima) e la dinamicità (dopo) del pensiero (prima) Toraico e (dopo) cristologico. Il passaggio dall’uno all’altro costituisce l’essenza del pensiero cristologico, laddove Gesù parte dal presupposto della Legge Mosaica per giungere ad un compimento della stessa, in una chiave più aderente allo spirito del popolo ebraico al fine di “universalizzare” il proprio insegnamento, al fine di non dover essere ritenuto il Profeta del solo popolo ebraico (come dovevano essere considerati i Profeti succedutisi prima di Lui), ma il Profeta universale che non conosceva limiti, frontiere, popoli, e che – al contrario – doveva compiere per tutti, in favore di tutti, a beneficio di tutti, ciò che precedentemente (ma staticamente) apparteneva all’insegnamento del Vecchio Patto e dei precedenti Profeti. Ecco il dinamismo del pensiero cristologico e l’esigenza di un diverso modo di concepire la religione ebraica, secondo criteria di interazione fra il divino e l’uomo, ed anche per questo fu diverso dagli altri uomini (“Gesù fu diverso dalle altre persone per il fatto che egli visse in ottemperanza alle leggi di Dio. E tutte le sue azioni furono in accordo con la volontà del suo Padre provvidenziale; perciò è divenuto per noi “la via, la verità e la vita” Gv 14:6a] – Catechismo Unitariano Ungherese, 73). L’interazione fra il divino e l’uomo era – per Gesù – il punto di partenza acciocché l’uomo potesse comprendere la natura di Dio, potesse ascoltare i Suoi insegnamenti e metterli in pratica, appunto interagendo, mediante la preghiera, l’esempio, il rinnovamento dell’anima. L’uomo doveva arrivare a conoscere Dio, mentre nell’esempio dei rabbini dell’epoca, Dio era conosciuto soltanto da questi; erano i rabbini i detentori della scienza, mentre Gesù insegna affinché il popolo apprenda, agisca, ed insegni a sua volta agli altri uomini, alle altre generazioni posteriori. Erano i rabbini ad interpretare le Scritture, ed il popolo doveva attenersi a tali insegnamenti, senza poter interpretare, con l’unico onere di seguire quanto i rabbini insegnavano, mentre nella dinamicità del pensiero cristologico, Gesù insegna, insegna gli stessi principi Toraici, compiendo la Parola, ma il popolo interpreta relazionandosi con il divino in una speranza escatologica, in una speranza di vita futura che costituisce il tutto di una parte della vita terrena9. Si potrebbe obiettare che i Sacramenti del Battesimo e della Cena del Signore siano espressione cultuale di una nuova religione (appunto il Cristianesimo in contrapposizione all’Ebraismo). La deduzione, per altro logica, quanto legittima, non appare però ondata da un punto di vista scritturale. Questi servizi hanno per scopo ”la capacità di rafforzare la nostra vita morale e religiosa. I servizi sono risorse che ci rammentano i nostri doveri e che ci inducono a seguire l'esempio di Gesù ed a compiere buone azioni“ (cfr. Catechismo Unitariano Ungherese, 115). Il Battesimo costituisce la mera espressione cultuale del Nuovo Patto, che Gesù istituisce acciocché il credente diventi membro della Chiesa Cristiana. Ma tutto ciò non costituisce una contrapposizione fra religioni, quanto semplicemente ribadisce l’esigenza del compimento dell’antica Legge, rinnovata nella forma e nella sostanza, che si riallaccia alla pratica ebraica del Mikvèh (per altro allacciato al rituale del Bar Mizvà), del bagno rituale che purifica dal peccato e che fa essere un nuovo uomo, un uomo rinnovato e purificato dall’acqua e nell’acqua. Il Battesimo vuol essere – anche solo simbolicamente, se vogliamo – espressione di tale rinnovamento e di entrata a far parte di una Comunità che fa propri gli insegnamenti di Gesù e che pur sempre – giova ripeterlo – costituiscono il “compimento” dell’antico insegnamento ebraico, di quell’insegnamento statico che diviene dinamico mediante il rinnovamento battesimale. Anche nella Cresima, attraverso la quale diveniamo membri indipendenti della chiesa e ci assumiamo la responsabilità di fronte a Dio di tutte le nostre azioni e della nostra fedeltà, troviamo un dinamismo contrapposto alla staticità della cultualità ebraica, laddove quella responsabilità di fronte a Dio viene in essere con la cerimonia del Bar Mizvà10, ove il giovane ebreo – già circonciso – entra a far parte dell’ebraismo quale membro indipendente della Comunità. Il Cristo, al contrario, non abbandona tale concetto, ma compie la Parola attraverso un rinnovamento cultuale che spezza le catene dell’immobilismo ebraico. Anche in tal senso, il Gesù “ebreo” opera non un cambiamento, ma un rinnovamento interiore dell’uomo, lo fa essere membro attivo della Comunità di credenti, lo sprona a seguire la Parola secondo modelli concettuali avanzati e più in linea con le esigenze socio-culturali non più di un ristretto popolo, ma erga omnes. Non par dubbio come tale avanzamento sia espressione di un dinamismo non solo concettuale, ma anche applicativo, che conferma un passaggio dall’ebraismo “rabbinico” legato alla percezione del divino come un qualcosa di mera sublimazione, ad una cristianesimo dinamico e fluido, ove la percezione del divino risiede nella Parola e nell’esempio quotidiano. La fede ebraica diviene una fede cristiana in senso trascendentale da adattarsi alle singole esigenze e per un popolo indifferenziato: un universalismo unico nel suo genere, non legato all’elezione di un popolo specifico, ma aperto a chiunque voglia accogliere in sé la Parola come fonte di vita e di azione. Il Gesù “ebreo” agisce, ma nel contempo sprona il popolo all’azione, dando un volto nuovo all’ebraismo, pur senza abrogare la Legge ed i Profeti. Non abroga nulla: migliora, compie, solidifica il pensiero antico e lo allarga alla generalità dei popoli, senza distinzione alcuna, senza distinzione di elezione o meno. Non esiste più un popolo eletto, esistono i popoli eletti, che coincidono con l’universalità dei popoli. Esistono i singoli che riflettono, che accolgono il pensiero, che giustificano le proprie azioni alla luce dell’Evangelo, dell’insegnamento del Gesù “ebreo”, volto nuovo di una nuova era religiosa, ove la fede non è soltanto personale, ma è anche di massa, si tramanda con l’esempio e con lo studio, con uno studio semplice e facilmente approcciabile, non più con lo studio dei soli testi talmudici, appannaggio dei soli eruditi. La Torah, quindi, viene ad assumere il ruolo di una Rivelazione limitata nel tempo e nello spazio, una Rivelazione da integrare ed interpolare, una Rivelazione che costituisce la base della fede giudaico-cristiana, arricchita e completata da elementi più aderenti alle mutate esigenze ed al mutato ambiente che il Gesù “ebreo” introduce quale figlio e Profeta di Dio ed invita gli uomini (tutti) a seguire come espressione di una fede senza dubbio nuova non nei contenuti base, ma nella sua forma dinamico-espressiva, che per altro apre un largo spiraglio ad un modo rinnovato di credere e di affrontare la vita da credenti nell’unità Divina, un diverso modo di vivere nel mondo la cui regola è la volontà Divina: “La Torah orale parla in spirito e in verità anche quando sembra "triturare" dei versetti e dei testi della Torah scritta. E' per questo che noi abbiamo intitolato il presente libro con delle parole che, a usare un linguaggio appropriato, concernono soltanto il tema trattato dal sacro al santo” (cfr. E. Levinas, Du sacré au saint; 1977, p. 10). Un passaggio, quindi, dal “sacro” al “santo”, che rinnova l’idea di religione, che perpetua nelle generazioni successive una concettualità più spiccata non della sacralità Toraica, ma della santità evangelica e della figura del Cristo uomo, del Profeta che opera una netta demarcazione fra questi due concetti, che non sono mera espressione di un pensiero, ma costituiscono una riscoperta dell’uomo in termini metafisici, dell’uomo “nuovo” in quanto santificato dalla fede e da essa giustificato secondo il concetto Pauliano. Possiamo senza dubbio affermare, come ha autorevolmente sostenuto il Neusner (in The Academic Study of Judaism , 1975, pp. 33-34) che esiste un Nuovo Testamento che porta a compimento l’Antico Testamento, così come affermato da Gesù in Mt. 5:17. Un Nuovo Testamento che introduce un nuovo11 Patto da seguire con fede, umiltà ed amore, un Nuovo Patto che non abroga o modifica, ma pur sempre finalizzato a migliorare il proprio Io e la propria fede in un Dio che guarda le Sue creature con misericordia e giustifica le loro azioni mediante il pentimento. L’Antico Patto era una fede filosofica con una tradizione consolidata, ma non aderente alle esigenze socio-culturali del popolo, esigenze che erano contaminate dal progressivo avanzamento sociale: il Nuovo Patto costituiva, sì, una fede filosofica, ma con una tradizione ebraica in continua evoluzione, che il Gesù “ebreo” voleva compiere come opera di un più ampio disegno, così da scorporare l’antica tradizione (che soffriva di un immobilismo culturale) da quella metafisica ragionata e razionale che coinvolgeva la fede nell’espressione finanche del quotidiano, ma pur senza perdere il carattere ed il connotato di discendenza dalla tradizione ebraica. Il Cristianesimo del Gesù “ebreo” diviene, così, un movimento, una Comunità, una Chiesa, ma senza perdere le proprie radici storico-concettuali proprie della tradizione ebraica e – soprattutto- dell’ispirazione della Legge, come discesa con e per mezzo della Torah e dei Profeti antecedenti al grande Profeta e figlio di Dio, Gesù, che non volle essere un “Riformatore”, ma un “Liberatore”: “Questa attività di Gesù, tramite la quale egli si fa carico del pesante fardello della nostra vita spirituale, noi la chiamiamo liberazione. In questo senso noi crediamo che egli sia il nostro liberatore” (Catechismo Unitariano Ungherese, 68)12. Rev. Dr. Guido Travaglioni
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mercoledì, 25 ottobre 2006
 (I) La questione della “resurrezione (1) ” è davvero importante nella Bibbia in rapporto al tema religioso dell’interpretazione dell’umano desiderio di eternità. Ferencz David- Il primo vescovo unitariano nonché il fondatore della Chiesa Unitariana Transilvana – ci istruisce sull’eternità alla luce di alcuni passi tratti dalla Bibbia: << La summa di tutto l’Evangelo è di credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio, e di ammettere la vita eterna>> (2) Egli dunque pone l’accento sull’ammissione della vita eterna senza il dogma della resurrezione (3): la fede nel Figlio di Dio e l’ammissione della vita eterna sono dunque più importanti di quanto lo sia approfondire e perdersi nella questione della fede nella resurrezione. La questione della resurrezione solleva alcuni importanti interrogativi, sia teologici che fisici. ne menzionerò soltanto tre (4): Secondo la teologia tradizionale cristiano-ortodossa se tu non credi nella resurrezione di Gesù Cristo tu non potrai avere la tua resurrezione, in questo senso la resurrezione è intesa quasi come una porta, un passaggio per l’eternità (5) . Sempre nella teologia tradizionale Cristiano-ortodossa, la questione della resurrezione non è un problema da capire, ma una questione di fede, e in base alla risposta che uno dà alla questione si decide se questi possa essere cristiano o meno (6). Non è giusto porre la credenza nella resurrezione come una conditio sine qua non per poter credere all’eternità e non è giusto ferire sia fondamentale credere nella resurrezione (7) (II) La questione della vita eterna (8) costituisce quindi una profonda fonte di fede: orientando le attese del genere umano sulla dimensione dell’eternità e sul suo possesso, la fede semplice nella vita eterna permette una maggiore profondità nella fede di quanto non faccia cercando di fondarsi sulla “legge della paura” e sulla salvezza (9). <>, (10) <> (11) . (III) il riscatto (12) rappresenta per gli umani una “ragione per sperare (13)" ma, <> (14) Rev. Szilard Sandor Trad. it: Dr. Roberto Rosso NOTE (1) Questo lemma è sostanzialmente l’unico riferimento di molteplici vocaboli del Nuovo Testamento in greco e non permette di valorizzarne al meglio le sottili differenze. Tra i termini che sono stati per lo più tradotti anche con il lemma resurrezione troviamo: egeiro (144 ricorrenze) o exegeiro (2 ricorrenze) col significato di “svegliare” egersis (1 ricorrenza NdT: Mt 27:53) col significato di “ascensione” exanistemi (3 ricorrenze) colsignificato di “sorreggere qualcuno” anastasis (42 ricorrenze) colsignificato di “ erezione, costruzione” (2) Cfr. “Piccola Spiegazione, su come l’Anticristo confonda la vera conoscenza del Vero Dio” in ungherese, Kolozvar, 1910. (3) Una delle implicazioni più importanti di questo dogma è : se non credi nella resurrezione di Cristo non avrai la vita eterna. (4) Questioni affrontate nella stesura di SZILARD SANDOR, “La costruzione della Morte e della Vita Eterna nella teologia unitariana”- Testo cartaceo revisionato dal Prof. Rev. Dr. ELEK REZI, 1994. (5) Cfr. Dr. SANDOR SZATMARY, "A remenyseg vallasa ", Budapest, 1990; Cfr. anche ISTVAN ELOD, “Katolikus dogamtica”, Budapest, 1978. (6) Cfr. DR. JANOS ERDO, "Teologiai tanulmanyok"; Cfr. anche ANDREW HILL,"What do Unitarians believe?", Londra, 1977. (7) Per un maggiore approfondimento della problematica confronta quanto detto in “who is Christian and why ? (8) Nell’Antico Testamento la parola utilizzata per significare “eternità” è olam (144 volte); per riferirsi al “tempo dell’eternità” si usa invece ad (48 volte). Nel Nuovo Testamento sono invece usate aion (122 volte) aionos (71 volte) e zoe aionos (cfr. ad es. Lc 18:30) rinvianti tutte quante in vario modo al concetto di vita eterna. (9) La fede non può essere dimostrata matematicamente, e non è di proprietà di alcuno, cosicchè nessuno può concedere a un altro la fede, poiché non è un qualcosa che possa venire certificato da alcuna autorità. (10) Cfr. Rev. GABOR CSIKI, ”I believe in One God”, Kolozsvar, 1920. (11) Cfr. Rev. ISTVAN BORBELY “Unitarian Liturgy”, Kolozsvar, 1930. (12) Il concetto di “riscatto” è espresso nell’Antico Testamento dal termine “padah”, mentre per il Nuovo Testamento è usato il termine greco “lytron” o il latino “redemptio”. (13) Traduzione del titolo inglese dell’omonimo libro.Cfr. Rev. FREDRIC JOHN MUIR, “A reason of hope”, California. (14) Questa domanda costituisce il titolo è il punto di partenza di un omonimo libro a cui rimando: cfr. Rev. GEORGE KIMMICH BEACH, “ If yes is the answer, what is question ?” BIBLIOGRAFIA (I) Titolo dell'Opera: Hungarian Unitarian Catechism Sottotitolo: The catechism of Hungarian Unitarian Church in Tansylvanian Romania ossia: Il catechismo della Chiesa Unitariana Ungherese nella Romania Transilvana Scritto da: Joseph Ferencz (1835-1928), Vescovo della Chiesa Unitariana di Transilvania (1876-1928) Prima edizione:1864 Ultima edizione e modifica: 1991 Ventesima edizione Tradotto dall'Ungherese in Inglese dal Rev. Gyorgy Andrasi, Consigliere del Vescovo della Chiesa Rumena in collaborazione con Byron C. Miller Pubblicato in The Unitarian Universalist Christian dalla The Unitarian Universalist Christian Fellowship FALL/WINTER 1994 VOLUME 49 Numeri 3-4 Tradotto in Italiano dall'Inglese da: Roberto Rosso. Ha collaborato e ha rivisto la traduzione: Paola Zunino La versione della traduzione italiana 1.0 è stata pubblicata dai “Cahiers Michel Servet" (n° 3 febbraio 2005). (II) A. CITAZIONI BIBLICHE Le citazioni bibliche sono prese dalla versione La Nuova Riveduta sui testi originali (1994, nona edizione 2003), a cura della Società Biblica di Ginevra. Eccetto quando espressamente indicato Un grazie particolare al software"La parola" www.laparola.net di Richard Wilson per le versioni italiane. (III) ALTRE FONTI AA.VV.Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana. Edizione: Garzanti Editore 1988.
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martedì, 24 ottobre 2006
A) Dal catechismo LA VITA ETERNA (112-114) 112) Che cosa intendiamo esattamente quando diciamo "credo nella vita eterna"? Dicendo "credo nella vita eterna" noi esprimiamo la nostra convinzione che la vita sia eterna e che l'anima sia immortale. 113) In che modo concepiamo la morte? Noi concepiamo la morte come un cambiamento che avviene secondo la legge di Dio. Dopo la morte il nostro corpo si perde nella polvere, com'era prima, ma la nostra anima vive ancora in Dio, da cui non è mai stata distaccata. Ecclesiaste 12:9 Ec 12:9prima che la polvere torni alla terra com'era prima, e lo spirito torni a Dio che l'ha dato1. 114) Cosa ci aspetta nella vita eterna? Nella vita eterna, Dio esamina la vita e le azioni di ciascuno e garantisce premi e punizioni secondo il modo in cui ciascuno è vissuto.
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