mercoledì, 25 ottobre 2006
La Chiesa Italiana Cristiano – Unitariana collabora attivamente col network Correspondance Unitarienne, che permette da un lato lo stretto contatto con l’associazione cristiana unitariana francese (AFCU), dall’altro di restare in contatto con altre esperienze di fede, cristiane e non cristiane, che vogliano condividere con noi parte del cammino. Eccovi il saluto del suo animatore dr. Jean-Claude Barbier Lettera ai nostri amici unitariani d’Italia » da Jean-Claude Barbier, 11 marzo 2005 Segretario generale della Fraterna Assemblea dei Cristiani Unitariani, (AFCU) fondatore e animatore del network francofono « Correspondance unitarienne » Cari amici e care amiche della Chiesa Italiana Cristiano-Unitariana, Vi saluto come amici perché Gesù di Nazareth ci ha detto che noi siamo tutti riuniti sotto il suo nome, qualunque siano le nostre identità particolari e le nostre credenze. Gesù, lui stesso, il nostro Maestro spirituale, non ci ha forse detto che noi siamo suoi amici? Io so del lavoro importante che da un anno a questa parte avete compiuto con Roberto Rosso, affinché l’insegnamento e la parola di Gesù fossero oggi meglio compresi. Voi avete così riannodato il filo che vi lega ai grandi umanisti cristiani del XVI secolo, come Lelio e Fausto Sozzini, Giorgio Biandrata e tanti altri che hanno contestato il dogma della Trinità ed hanno dovuto per questo fuggire in esilio. Essi contribuirono alle riforme liberali in Polonia, Lituania e in Transilvania, le nostre attuali Chiese di Romania e di Ungheria, sono le testimonianze viventi di questa storia così nobile. Come sapete, Miguel Servet ha vissuto in Francia, a Tolosa, (1528-29), Strasburgo (1531-32), Parigi (1532 e successivamente 1536-38), Lione (1532-36), Charlieu (1538-41) e infine a Vienna, a sud di Lione (1541-53). Ma è solamente nel 1986 che una decina di cristiani si sono riuniti alla Facoltà protestante libera di Montpellier, attorno al biologo e protestante Théodore Monod, nel contesto di una conferenza dell’Associazione Internazionale per la Libertà Religiosa e hanno deciso di fondare un’associazione unitariana: l’Associazione unitariana francese (AUF), divenuta « francofona » nel 1992. Mme Lucienne Kirk fu la prima presidente fino alla sua partenza nel 1990 per gli Stati Uniti, dove ella risiede tuttora. Ella aveva appena terminato gli studi al Manchester College a Oxford (divenuto successivamente le Harris College), dove ha sostenuto una tesi su James Luther Adams (celebre predicatore e saggista unitariano americano, nato nel 1901). Fu consacrata pastore unitariano della chiesa unitariana di Transilvania, a Koloszvar / Cluj, nel dicembre 1986 e ha esercitato la sua missione pastorale in seno alla chiesa riformata di Francia (ERF). Sfortunatamente, all’interno dell’associazione, le relazioni si deteriorarono tra i cristiani unitariani, che furono i fondatori dell’associazione e altri (« umanisti », teisti, monoteisti, altri cristiani che sostenevano che l’associazione dovesse essere aperta ad altre credenze, ecc). I primi decisero allora di fondare, nel 1996, un’altra associazione, questa volta esplicitamente cristiana nella sua denominazione e nel suo statuto: l’Assemblée fraternelle des chrétiens unitariens (AFCU). Nel 2002, le associazioni esistenti si dimostrarono poco attive e così fu giudicato necessario costistuire un net-work francofono denominato « Correspondance unitarienne » che fosse indipendente, non settario, d’ispirazione cristiana unitariana ma aperto a tutte le sensibilità non cristiane dell’unitarismo contemporaneo e ai movimenti liberali delle altre religioni. Tale network pubblica un bollettino mensile e una messaggeria elettronica, entrambi consultabili « Profils de libertés » (http://prolib.net). Più di 200 persone ricevono così direttamente questo bollettino, per la maggior parte unitariani dichiarati e numerosi simpatizzanti (protestanti liberali, cattolici riformatori, liberi pensatori, ecc.); questo sia nei paesi francofoni (Francia, Belgio vallone, Svizzera francese, Québec et Africa nera francofona) e altri paesi europei (Spagna, Italia, Gran Bretagna, Norvegia, Ucraina, Romania e Ungheria). In più, con l’AFCU, il nostro network ha pubblicato alcuni documenti tematici in una collana intitolata « Cahiers Michel Servet ». Il numero 3 di questa collana, pubblicato nel febbraio 2005, è stato interamente dedicato alla traduzione italiana di Roberto Rosso, del catechismo unitariano, pubblicato per la prima volta nel 1864, in ungherese da Jozsef Ferencz (il quale verrà poi nominato vescovo della Chiesa unitariana di Transilvania, carica che ha ricoperto per più di 50 anni, dal 1876 a 1928). Invece con la rivista trimestrale Théolib, rivista di ispirazione protestante liberale, consacrata al liberalismo teologico, noi abbiamo realizzato due numeri speciali, dedicati a Michel Servet (n° 24, dicembre 2003) – in ricordo del 450esimo anniversario del suo martirio - e a Fausto Sozzini (n° 27, settembre 2004) – in commemorazione del 400esimo anniversario della sua morte. Le Chiese e le associazioni unitariane hanno scelto, per la maggior parte, di organizzarsi secondo il modello congregazionalista, tanto che noi ci iscriviamo dentro una « rete di relazioni cristiane » dove le comunità di base si associano volontariamente le une con le altre, ciascuna conservando la propria identità, la gestione delle proprie relazioni e la propria indipendenza. Il destino del cristianesimo è a una svolta , le chiese si dividono, il clero si rarefà, i credenti non vogliono più aderire a delle religioni tradizionali e dogmatiche. Il cristianesimo è vissuto sempre di più con una spiritualità al pari delle altri grandi tradizioni sapienziali dell’umanità ed in simbiosi con esse. Gesù ne diventa un maestro di pensiero e uomo da imitare e così i cristiani sono tutti semplicemente discepoli. Quelli che vogliono fare a tutti i costi una teologia e di abbandonarsi alle loro speculazioni sono liberissimi di farlo, ma noi, gli unitariani, abbiamo imparato a diffidare delle costruzioni metafisiche! Tutto questo nel contesto di quel cristianesimo ramificato – e non più strutturato in una Chiesa - che noi abbiamo salutato con gioia e fraternità. Noi ci scambiamo quindi delle epistole – quelle lettere scritte per parlare fra noi di Gesù e per farci coraggio a vicenda. Noi siamo, di nuovo, ai tempi di Paolo, di Pietro. Di Giacomo, di Giuda e di Tommaso. Salutiamoci reciprocamente con gioia, perchè noi facciamo parte del medesimo patrimonio culturale e spirituale, quello che Gesù ci ha lasciato; che ciascuno condivida con gli altri il proprio itinerario spirituale, qualche che sia: è questa la vera comunione fraterna con Gesù… il nostro Maestro che ci insegna la condivisione del pane e del vino. Mi auguro quindi che siate solidali, che vi rispettiate l’un l’altro, che vi assista la volontà di far crescere la vostra comunità nascente. Lodiamo Dio, tutti insieme, con tutti i cristiani e tutti quelli che, in un modo o nell’altro, si interessano a Gesù. per questo incontro con Gesù che dona senso alle nostre vite umane. Jean-Claude Barbier (Bordeaux)
mercoledì, 25 ottobre 2006
Gesù “Ebreo”: una Teologia del “Dinamismo” Nell’ottica esegetico-dottrinale della figura del Cristo (così come riferita dai Vangeli e dagli altri scritti) e nelle elaborazioni dottrinali successive (sia in relazione agli scritti dei Padri della Chiesa che alle speculazioni teologiche), non si accenna – neanche minimamente – alla radice ebraica sia del Cristo come uomo che del Cristo come latore della Parola1. Occorre puntualizzare, per puro spirito di completezza ed oggettività, come il Cristo “nasce” ebreo, viene circonciso, vive da ebreo seguendo gli insegnamenti Toraici, muore da ebreo (ed in tal senso gli Evangeli ci riferiscono con chiarezza i riti della Sua morte puntualmente aderenti alla ritualità ebraica). Questo breve riferimento al carattere di “ebraicità” della persona di Cristo non può sfuggire neanche al più disattento lettore degli Evangeli, né può essere messo in discussione attesa la sua oggettiva rispondenza alla lettera delle Scritture ed alla “biografia” in esse contenuta. Occorre ripercorrere le tappe della vita di Gesù per poi esaminare la Sua “ebraicità” in relazione agli insegnamenti contenuti nelle Scritture. a) Vita di Gesù “storico”. Nasce in una famiglia di Ebrei osservanti e come tale viene educato, in un momento storico in cui la cultura e la spiritualità israelite subiscono numerosi e ripetuti attacchi da parte dell'ellenismo non tollerante ed in cui la dominazione dell'Impero Romano coinvolge tutti i paesi del bacino mediterraneo, spingendosi anche oltre. Lo scritto Lucano riferisce che “Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù…..” ((Luca, 2, 21) ed inoltre “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore” (Luca 2, 22), quindi Gesù fu circonciso e presentato al Tempio, come qualsiasi altro ebreo. Gesù, quindi, appartiene al mondo dei rabbini, per nascita, educazione, conoscenza della Torah, disputa con questi2, ma sempre nel rispetto della legge Toraica ed esprimendo soltanto un diverso modo di concepire la religione ebraica, pur senza discostarsene. "Ora il bambino cresceva e si fortificava, era pieno di sapienza e la grazia di Dio era sopra di lui. I genitori di Gesù andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua...", specifica Luca (2,40-41). Ingiunge alla folla e ai suoi discepoli di seguire le prescrizioni degli scribi e dei farisei: "Gli scribi e i farisei sono seduti sulla cattedra di Mosè: fate dunque tutto quello che vi dicono", con l’unica raccomandazione di non comportarsi come loro: "Ma non fate come loro fanno, perché dicono ma non fanno" (Matteo 23,2-3). Gesù si sottopone addirittura al rito tradizionale delle “due dracme” che gli ebrei erano obbligati a pagare ogni anno per il tempio: "Quando arrivarono a Cafarnao, quelli che raccoglievano le due dracme si rivolsero a Pietro e gli dissero: Il vostro maestro non paga le due dracme? Si, rispose" (Matteo 17,24-25). In ogni caso, queste pratiche di Gesù, il recarsi di sabato nella sinagoga, il leggere la Torah e poi un brano dei Profeti ed assistere ad un sermone, corrispondono agli usi e costumi degli ebrei, così come risulta dalle fonti rabbiniche e da quelle non rabbiniche3. Già sotto tale aspetto, la figura del Gesù “storico” appare di tutta evidenza nella sua connotazione di uomo ebreo, che viveva da ebreo nella pratica quotidiana, che interagiva con il popolo secondo schemi e canoni ebraici, senza nulla di nuovo (o di diverso) da apportare, se non la “scienza” ed una forma di perfezione (o di perfettibilità?) che lo contraddistingueva dai rabbini dell’epoca, legati più al potere religioso esercitato sul popolo che ad una sana ed incondizionata fede nel Signore di Israele che aveva riscattato il popolo ebraico per farlo divenire un popolo eletto. Gesù, infatti, ripete sovente che l’uomo deve conformarsi alla Legge ed agli insegnamenti dei Profeti, così ribadendo la propria natura ebraica ed il suo modus vivendi ed operandi (è sintomatico, di questo, un passo di Matteo 7,12: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”, quasi a voler ribadire l’importanza della Legge nell’azione umana, Legge alla quale l’uomo deve conformarsi al fine di raggiungere il Paradiso promesso). L’esempio poc’anzi rappresentato non è una mera estrapolazione di un passo evangelico isolato, ma è uno dei continui riferimenti contenuti nella Scrittura neotestamentaria, a conferma e riprova che Gesù ben conosceva la Legge (Mosaica), ma che anche ben conosceva quali fossero gli insegnamenti rabbinici: il passo di Matteo sopra riferito si riallaccia all’insegnamento della tradizione rabbinica, laddove era detto “Non fare a nessun altro ciò che non ti piace; questa è la Torah intera e tutto il resto non è che spiegazione. Va e impara!”, e quindi Gesù ben conosceva tali insegnamenti e mai ha pensato di discostarsene. Negando il substrato ebraico del Cristo e la sua appartenenza alla religione di Israele, ci si dovrebbe chiedere perché ha vissuto ed insegnato – mutatis mutandi – da ebreo, secondo la Legge Toraica, secondo gli insegnamenti dei rabbini e secondo la tradizione orale ebraica: del resto è dimostrato come Gesù conoscesse l’Aggadah e l’Halachah! E’ interessante notare come anche tutti quelli che “ruotavano” attorno a Gesù non erano che ebrei, e che – anche nei rapporti con Gesù – non si comportavano che da ebrei. Riflettiamo un attimo sulla morte e sulla sepoltura del Cristo. Questi viene posto nel sepolcro secondo il rito ebraico, e secondo questo rito viene fatto l’Aveluth (la celebrazione rituale dei sette giorni successivi alla morte): quindi il Cristo nasce, cresce e muore da ebreo, e mai ha “pensato” a dichiararsi “non ebreo”, ma ciò comunque anche a riprova della sua unica ed assoluta natura umana. b) Gli insegnamenti di Gesù. Abbiamo visto sopra, seppur molto sinteticamente, come il Gesù “storico” sia stato un ebreo in ogni forma quotidiana della Sua vita, e nondimeno lo era negli insegnamenti. Analizzando puntualmente il pensiero dell’ebreo Gesù, del Gesù nato da Maria vergine, dal Gesù uomo, il più grande figlio e profeta di Dio (Dicendo "credo in Gesù" noi esprimiamo la nostra convinzione per cui sia il più grande figlio e profeta di Dio e per cui i suoi insegnamenti siano il modo più sicuro attraverso cui noi possiamo ricevere una vera conoscenza di Dio” – Catechismo Unitariano Ungherese, 57), notiamo come tutto l’insegnamento nasce da una forte radice ebraica mista ad elementi dinamici, in contrapposizione soltanto alla staticità degli insegnamenti rabbinici dell’epoca, che miravano più ad incutere timori di una “ira” di Dio sul popolo qualora si discostassero dalla Legge Mosaica, che a contemperare le continue mutazioni sociali e di pensiero di un popolo comunque in evoluzione, tratto dall’ignoranza e dal politeismo. Gesù si pone fra i rabbini ed il popolo, ammonisce il popolo, ma ammonisce anche i rabbini, fa sì che la stretta osservanza non abbia più radici nell’”ira” di Dio, ma nell’amore per un Dio che accoglie nel suo Regno le proprie pecorelle smarrite e le tratta con amore e con dedizione. Gesù non viene per “cambiare” ma per “migliorare” per “compiere” e questo è il punto essenziale della nostra analisi (“Non pensiate ch’io sia venuto per abrogare la Legge o i Profeti; non sono venuto per abrogare, ma per compiere” – Matteo, 5:17). L’espressione usata da Gesù “non sono venuto per abrogare” è la chiave di volta ed il verbo “πληρÏŽσαι” assume il significato di “compiere”, “realizzare”, ma non nel senso di novità, ma nel senso di “migliorare”, quindi di ripristinare il senso originario della Legge, o di perfezionare un codice di vita già esistente4. Gesù non è il Profeta della “Parola nuova od innovativa” o della Parola “diversa”, ma della Parola volta a perfezionare quell’antico codice di vita esistente fra il popolo della Torah. Preferiamo dare il senso di “perfezionare” siccome più logico e più aderente alle fonti, tant’è che il versetto citato si riallaccia a quello precedente contenuto in Matteo 1,22: “Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta”, quasi a voler introdurre (in Mt. 1,22) il concetto dinamico di adempimento e successivamente (in Mt. 5,17) la grande linea guida della propria venuta al fine di porre in essere concretamente tale adempimento, e quindi perfezionare ciò che già esisteva, ma che verosimilmente era stato o disatteso o travisato. Gesù ricorda lo “Shemà Israel” come punto cardine del Suo insegnamento (Viene chiesto a Gesù: “Qual è il più importante di tutti i comandamenti5?” Gesù rispose: “Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore: Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi” – Marco 12:28b-31), ed inizia ad elaborare quella che sopra abbiamo definito una Parola volta a perfezionare il credere del popolo ebraico, riferendosi senza dubbio ai Comandamenti come Legge fondamentale della fede, quindi alla Legge dell’Antico Testamento, alla Legge di Mosè. Senz’ombra di dubbio, il riferimento ai Comandamenti6 diviene un ribadire la vigenza della Legge Mosaica, ma anche un ribadire un insegnamento dal quale il popolo di Israele si era discostato, rimanendo ancorato a principi desueti e comunque privi della giusta e necessaria dinamicità. Se avesse voluto portare al popolo ebraico una Parola “nuova” non avrebbe ritenuto il primo Comandamento quale il più importante, ma avrebbe – per converso – “modificato” la linea guida sostituendola con altra e così “abrogando” la vecchia Legge per sostituirla con una “nuova Legge”: ma mai e poi mai ha sostituito la Legge Mosaica, mai e poi mai ha “rinnegato” il proprio ebraismo, mai e poi mai ha inteso opporsi a tale Legge. Ed allora, come dobbiamo inquadrare – all’interno di questa “ebraicità” la figura del Cristo? Certamente la domanda si presta a variegate risposte, tutte molto fondate, ma nessuna risolutiva, a causa della troppa “distanza” che nei secoli abbiamo voluto marcare fra il Vecchio ed il Nuovo Patto. Ma, forse, la risposta è proprio in questa distinzione, e forse era questo ciò che ha voluto trasmettere Gesù con i suoi insegnamenti. Rimarcavano, sopra, i concetti di dinamicità e di staticità del pensiero (dinamicità del pensiero e degli insegnamenti del Cristo e staticità del pensiero rabbinico), quasi a voler distinguere i due attributi. Per vero, sicuramente nella mente di Gesù non si voleva operare un distinguo così netto, ma in pratica tale distinguo assume un carattere di specificità che addirittura Origene ha velatamente (ma pur sempre volutamente) rimarcato, laddove ritiene che l'Antico Testamento è una prefigurazione del Nuovo Testamento: nel loro insieme essi costituiscono un'unità , che ha il suo fondamento nell'Unità divina , incorporea e inconoscibile nella sua natura. Questa “prefigurazione” origeniana fa nascere i due attributi di staticità – da una parte – e di dinamicità dall’altra. La “prefigurazione” diviene la base logica del successivo, ma presuppone che il successivo sia dinamico rispetto al precedente nel senso che lo “migliori” e lo “completi” secondo un passaggio ideologico transeunte fra il primo ed il secondo. Quindi, il Gesù ebreo di nascita e di pensiero, diviene il Gesù del “miglioramento” e pertanto passa dalla fase ideologica della staticità in quella della dinamicità del pensiero, volto ad “universalizzare” dinamicamente il pensiero basico stesso, al quale – in ogni caso - è legato da un vincolo non solo di appartenenza ma anche di pensiero: non più, quindi, un Dio continuamente “irato” dal discostarsi del popolo ebraico dagli insegnamenti Toraici, ma un Dio perdonatore, misericordioso, pieno di amore, ma che pretende anche amore dalle Sue creature che ha creato per essere inneggiato con le lodi, come afferma il Salmista. Il punto centrale dell’amore, diviene un punto di “centralità” (e quindi non più meramente centrale), attorno al quale ruotano tutti gli insegnamenti del Gesù “miglioratore” dell’antica Parola, tant’è che nel c.d. “Discorso della Montagna” (Matteo, 5, 6 e 7) ribadisce i concetti della Legge, limitandosi soltanto a criticare il comportamento degli Scribi e dei Farisei, ma senza modificare concettualmente la Legge, soltanto “migliorandola” mediante insegnamenti (appunto dinamici) che costituiscono un diverso e meraviglioso filone di pensiero. In buona sostanza, il Vecchio ed il Nuovo Testamento non sono che un tutt’uno da leggere e sui quali riflettere soltanto mediante due diverse chiavi di lettura, ma senza che costituiscano due diversi pensieri religiosi che diano vita a due diverse religioni.7 Il Vecchio Patto viene visto da Gesù come la fonte del credere e della fede in un unico Dio, la fonte da seguire quale linea guida della vita del credente, mentre il Nuovo Patto viene posto in essere quale miglioramento ed adeguamento alle mutate esigenze di un popolo che – sì era eletto – ma che comunque aveva subito influenze che non rispondevano più ai “canoni” degli insegnamenti Toraici ed all’esempio dei rabbini. Se il Gesù del Nuovo Patto era il Profeta del rinnovamento, doveva essere inevitabile che tale rinnovamento partisse dal presupposti di insegnamenti precedenti: Gesù, per l’appunto, non era venuto per “abrogare” ma per “compiere”, per “migliorare”; non si era assunto l’onere di cambiare o di portare una nuova “religione” fra il Popolo di Israele, ed infatti non portò alcuna nuova “religione”, ma compì ciò che non era stato fatto, o che era stato fatto soltanto parzialmente. La Riforma pone dei termini ben precisi ed un punto limite di “vigenza” dell’antica Legge, durata sino a Giovanni, ed una nuova Legge iniziata appunto con Giovanni, sulla base testuale di Luca 16:16: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio ed ognuno si sforza per entrarvi”, tant’è che Lutero si spinge oltre, traducendo il testo in questo modo: “Das gesetz und die propheten weyβ sagen bis auf Johannes, und for der zeyt an, Wirrt das reych Gottis durchs Evangelion prediget, und yderman dringt mit gewallt hyn eyn. Es ist aber leychter das hymel und erden vergehen, den das eyn tuttel am gesetz falle“ (WADB 6,286). In tal senso, sembrerebbe come l’insegnamento “migliorativo“ di Gesù (o comunque volto a “compiere“) fosse in sostanza una innovazione, un pensiero “nuovo” che – abrogando il pensiero veterotestamentario – avesse un inizio e fosse il “nuovo filone” di una “nuova religione”, espressione di un “tempo ormai finito” (come annota la TOB, pag. 2379 nota a). Ma ciò non lo è, né ragionevolmente, né logicamente. Gesù non ha “inventato” nulla nei Suoi insegnamenti, né ha voluto intendere che con Giovanni il tempo fosse finito, ha semplicemente, ancorché meravigliosamente, posto dei punti fermi ed un pensiero, questa volta “nuovo”, al fine di compiere ciò che antecedentemente il popolo di Israele non aveva recepito in maniera decisa, sviando continuamente o comunque staticizzando il proprio credere: è sintomatico quando Gesù ordina di tirar fuori dal pozzo l’asino, ancorché fosse Shabbat, in quanto l’asino sarebbe morto ed all’indomani non lo avrebbero potuto più utilizzare per il proprio lavoro! Questo esempio non costituisce l’affermare una nuova idea della religione (quasi a voler implicitamente abrogare il precetto del sabato), o l’espressione di un “nuovo tempo” che doveva sostituire un tempo ormai finito, o un Vecchio Patto ormai non più in vigore, ma costituisce semplicemente un punto di logico comportamento improntato in una stupefacente dinamicità nell’applicazione del pensiero ebraico.8 Quindi, nulla di nuovo in senso assoluto (non in senso semantico, ovviamente), ma una radice rimasta inalterata nel pensiero cristologico. Per altro, lo stesso Papa Giovanni Paolo II ha detto che “chiunque incontra Gesù Cristo incontra l'ebraismo” (cfr. "Incontro con la comunità ebraica di Magonza. Discorso di Giovanni Paolo II"…, citazione del documento dei vescovi tedeschi, “ Dichiarazione sui rapporti della Chiesa con l'ebraismo ”, aprile 1980), riconoscendo – seppur solo implicitamente – le radici ebraiche di Gesù, senza arrivare – ovviamente – al paradosso di ritenere Gesù soltanto un rabbino, come in alcuni ambienti ebraici si è cercato di dimostrare. Di tutta evidenza, quindi, appare il concetto esposto sopra circa la staticità (prima) e la dinamicità (dopo) del pensiero (prima) Toraico e (dopo) cristologico. Il passaggio dall’uno all’altro costituisce l’essenza del pensiero cristologico, laddove Gesù parte dal presupposto della Legge Mosaica per giungere ad un compimento della stessa, in una chiave più aderente allo spirito del popolo ebraico al fine di “universalizzare” il proprio insegnamento, al fine di non dover essere ritenuto il Profeta del solo popolo ebraico (come dovevano essere considerati i Profeti succedutisi prima di Lui), ma il Profeta universale che non conosceva limiti, frontiere, popoli, e che – al contrario – doveva compiere per tutti, in favore di tutti, a beneficio di tutti, ciò che precedentemente (ma staticamente) apparteneva all’insegnamento del Vecchio Patto e dei precedenti Profeti. Ecco il dinamismo del pensiero cristologico e l’esigenza di un diverso modo di concepire la religione ebraica, secondo criteria di interazione fra il divino e l’uomo, ed anche per questo fu diverso dagli altri uomini (“Gesù fu diverso dalle altre persone per il fatto che egli visse in ottemperanza alle leggi di Dio. E tutte le sue azioni furono in accordo con la volontà del suo Padre provvidenziale; perciò è divenuto per noi “la via, la verità e la vita” Gv 14:6a] – Catechismo Unitariano Ungherese, 73). L’interazione fra il divino e l’uomo era – per Gesù – il punto di partenza acciocché l’uomo potesse comprendere la natura di Dio, potesse ascoltare i Suoi insegnamenti e metterli in pratica, appunto interagendo, mediante la preghiera, l’esempio, il rinnovamento dell’anima. L’uomo doveva arrivare a conoscere Dio, mentre nell’esempio dei rabbini dell’epoca, Dio era conosciuto soltanto da questi; erano i rabbini i detentori della scienza, mentre Gesù insegna affinché il popolo apprenda, agisca, ed insegni a sua volta agli altri uomini, alle altre generazioni posteriori. Erano i rabbini ad interpretare le Scritture, ed il popolo doveva attenersi a tali insegnamenti, senza poter interpretare, con l’unico onere di seguire quanto i rabbini insegnavano, mentre nella dinamicità del pensiero cristologico, Gesù insegna, insegna gli stessi principi Toraici, compiendo la Parola, ma il popolo interpreta relazionandosi con il divino in una speranza escatologica, in una speranza di vita futura che costituisce il tutto di una parte della vita terrena9. Si potrebbe obiettare che i Sacramenti del Battesimo e della Cena del Signore siano espressione cultuale di una nuova religione (appunto il Cristianesimo in contrapposizione all’Ebraismo). La deduzione, per altro logica, quanto legittima, non appare però ondata da un punto di vista scritturale. Questi servizi hanno per scopo ”la capacità di rafforzare la nostra vita morale e religiosa. I servizi sono risorse che ci rammentano i nostri doveri e che ci inducono a seguire l'esempio di Gesù ed a compiere buone azioni“ (cfr. Catechismo Unitariano Ungherese, 115). Il Battesimo costituisce la mera espressione cultuale del Nuovo Patto, che Gesù istituisce acciocché il credente diventi membro della Chiesa Cristiana. Ma tutto ciò non costituisce una contrapposizione fra religioni, quanto semplicemente ribadisce l’esigenza del compimento dell’antica Legge, rinnovata nella forma e nella sostanza, che si riallaccia alla pratica ebraica del Mikvèh (per altro allacciato al rituale del Bar Mizvà), del bagno rituale che purifica dal peccato e che fa essere un nuovo uomo, un uomo rinnovato e purificato dall’acqua e nell’acqua. Il Battesimo vuol essere – anche solo simbolicamente, se vogliamo – espressione di tale rinnovamento e di entrata a far parte di una Comunità che fa propri gli insegnamenti di Gesù e che pur sempre – giova ripeterlo – costituiscono il “compimento” dell’antico insegnamento ebraico, di quell’insegnamento statico che diviene dinamico mediante il rinnovamento battesimale. Anche nella Cresima, attraverso la quale diveniamo membri indipendenti della chiesa e ci assumiamo la responsabilità di fronte a Dio di tutte le nostre azioni e della nostra fedeltà, troviamo un dinamismo contrapposto alla staticità della cultualità ebraica, laddove quella responsabilità di fronte a Dio viene in essere con la cerimonia del Bar Mizvà10, ove il giovane ebreo – già circonciso – entra a far parte dell’ebraismo quale membro indipendente della Comunità. Il Cristo, al contrario, non abbandona tale concetto, ma compie la Parola attraverso un rinnovamento cultuale che spezza le catene dell’immobilismo ebraico. Anche in tal senso, il Gesù “ebreo” opera non un cambiamento, ma un rinnovamento interiore dell’uomo, lo fa essere membro attivo della Comunità di credenti, lo sprona a seguire la Parola secondo modelli concettuali avanzati e più in linea con le esigenze socio-culturali non più di un ristretto popolo, ma erga omnes. Non par dubbio come tale avanzamento sia espressione di un dinamismo non solo concettuale, ma anche applicativo, che conferma un passaggio dall’ebraismo “rabbinico” legato alla percezione del divino come un qualcosa di mera sublimazione, ad una cristianesimo dinamico e fluido, ove la percezione del divino risiede nella Parola e nell’esempio quotidiano. La fede ebraica diviene una fede cristiana in senso trascendentale da adattarsi alle singole esigenze e per un popolo indifferenziato: un universalismo unico nel suo genere, non legato all’elezione di un popolo specifico, ma aperto a chiunque voglia accogliere in sé la Parola come fonte di vita e di azione. Il Gesù “ebreo” agisce, ma nel contempo sprona il popolo all’azione, dando un volto nuovo all’ebraismo, pur senza abrogare la Legge ed i Profeti. Non abroga nulla: migliora, compie, solidifica il pensiero antico e lo allarga alla generalità dei popoli, senza distinzione alcuna, senza distinzione di elezione o meno. Non esiste più un popolo eletto, esistono i popoli eletti, che coincidono con l’universalità dei popoli. Esistono i singoli che riflettono, che accolgono il pensiero, che giustificano le proprie azioni alla luce dell’Evangelo, dell’insegnamento del Gesù “ebreo”, volto nuovo di una nuova era religiosa, ove la fede non è soltanto personale, ma è anche di massa, si tramanda con l’esempio e con lo studio, con uno studio semplice e facilmente approcciabile, non più con lo studio dei soli testi talmudici, appannaggio dei soli eruditi. La Torah, quindi, viene ad assumere il ruolo di una Rivelazione limitata nel tempo e nello spazio, una Rivelazione da integrare ed interpolare, una Rivelazione che costituisce la base della fede giudaico-cristiana, arricchita e completata da elementi più aderenti alle mutate esigenze ed al mutato ambiente che il Gesù “ebreo” introduce quale figlio e Profeta di Dio ed invita gli uomini (tutti) a seguire come espressione di una fede senza dubbio nuova non nei contenuti base, ma nella sua forma dinamico-espressiva, che per altro apre un largo spiraglio ad un modo rinnovato di credere e di affrontare la vita da credenti nell’unità Divina, un diverso modo di vivere nel mondo la cui regola è la volontà Divina: “La Torah orale parla in spirito e in verità anche quando sembra "triturare" dei versetti e dei testi della Torah scritta. E' per questo che noi abbiamo intitolato il presente libro con delle parole che, a usare un linguaggio appropriato, concernono soltanto il tema trattato dal sacro al santo” (cfr. E. Levinas, Du sacré au saint; 1977, p. 10). Un passaggio, quindi, dal “sacro” al “santo”, che rinnova l’idea di religione, che perpetua nelle generazioni successive una concettualità più spiccata non della sacralità Toraica, ma della santità evangelica e della figura del Cristo uomo, del Profeta che opera una netta demarcazione fra questi due concetti, che non sono mera espressione di un pensiero, ma costituiscono una riscoperta dell’uomo in termini metafisici, dell’uomo “nuovo” in quanto santificato dalla fede e da essa giustificato secondo il concetto Pauliano. Possiamo senza dubbio affermare, come ha autorevolmente sostenuto il Neusner (in The Academic Study of Judaism , 1975, pp. 33-34) che esiste un Nuovo Testamento che porta a compimento l’Antico Testamento, così come affermato da Gesù in Mt. 5:17. Un Nuovo Testamento che introduce un nuovo11 Patto da seguire con fede, umiltà ed amore, un Nuovo Patto che non abroga o modifica, ma pur sempre finalizzato a migliorare il proprio Io e la propria fede in un Dio che guarda le Sue creature con misericordia e giustifica le loro azioni mediante il pentimento. L’Antico Patto era una fede filosofica con una tradizione consolidata, ma non aderente alle esigenze socio-culturali del popolo, esigenze che erano contaminate dal progressivo avanzamento sociale: il Nuovo Patto costituiva, sì, una fede filosofica, ma con una tradizione ebraica in continua evoluzione, che il Gesù “ebreo” voleva compiere come opera di un più ampio disegno, così da scorporare l’antica tradizione (che soffriva di un immobilismo culturale) da quella metafisica ragionata e razionale che coinvolgeva la fede nell’espressione finanche del quotidiano, ma pur senza perdere il carattere ed il connotato di discendenza dalla tradizione ebraica. Il Cristianesimo del Gesù “ebreo” diviene, così, un movimento, una Comunità, una Chiesa, ma senza perdere le proprie radici storico-concettuali proprie della tradizione ebraica e – soprattutto- dell’ispirazione della Legge, come discesa con e per mezzo della Torah e dei Profeti antecedenti al grande Profeta e figlio di Dio, Gesù, che non volle essere un “Riformatore”, ma un “Liberatore”: “Questa attività di Gesù, tramite la quale egli si fa carico del pesante fardello della nostra vita spirituale, noi la chiamiamo liberazione. In questo senso noi crediamo che egli sia il nostro liberatore” (Catechismo Unitariano Ungherese, 68)12. Rev. Dr. Guido Travaglioni